La definizione di tortura in Italia: La prescrizione - Francesca Bellisario

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PREMESSA

 

Questo è il secondo articolo della miniserie della Fundación Valsaín dedicata all’analisi della definizione di tortura in Italia. A vent’anni dai fatti di tortura legati al G8 di Genova, verifichiamo se il reato di tortura finalmente introdotto in Italia sia conforme al diritto internazionale dei diritti umani. 



SECONDA PARTE

di Francesca Bellisario*

 

II.1) Introduzione

 

All'esito di un lungo e complesso iter parlamentare, l'articolo 1 della legge 14 luglio 2017 n. 110 ha innervato nel codice penale italiano - titolo XII (Delitti contro la persona), sez. III (Delitti contro la libertà morale) - i reati di tortura (art. 613-bis c.p.) e di istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura (art. 613-ter c.p.). L’introduzione delle citate disposizioni va letta alla luce dell’esigenza dell’Italia di adempiere agli obblighi internazionali di tutela dei diritti umani.

Nel primo articolo della miniserie della Fundación Valsaín dedicata alla disamina del reato di tortura in Italia, Francesco Cannone ha analizzato se la definizione italiana di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) e a quelli della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Questo articolo completa l’analisi, occupandosi specificamente della disciplina nazionale della prescrizione in relazione al delitto di tortura. Tale profilo della disciplina interna rappresenta un punto chiave: basti considerare che le censure mosse dalla Corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia, nella nota sentenza Cestaro, traggono l’abbrivio anche dalla prescrizione dei reati che furono contestati agli imputati.  

Questo contributo si propone di scandagliare la compatibilità della disciplina interna in materia di prescrizione del delitto di tortura con gli obblighi internazionali di tutela. L’analisi muoverà dallo studio del fondamento e della funzione politico-criminale della prescrizione, dimostrando che l’istituto appartiene al novero degli strumenti di garanzia del reo che disegnano il volto costituzionale del diritto penale (§ 2). Comprendere il ruolo che la prescrizione assume nell’ordinamento italiano è infatti indispensabile per poter adeguatamente esaminare il regime prescrizionale del delitto di tortura e verificarne la compatibilità con la CEDU e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.  

Si procederà quindi ad analizzare il regime prescrizionale del delitto di tortura, valorizzando il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado conseguente alla cd. riforma Bonafede (§ 3). Si studieranno infine le novità introdotte dalla recentissima cd. riforma Cartabia, con particolare riferimento alla nuova causa di improcedibilità per superamento dei termini di durata massima del giudizio di impugnazione (§ 4). Definita da molti come una “prescrizione processuale”, la nuova causa di non punibilità opera anche con riferimento al delitto di tortura, rischiando di innestare un ulteriore elemento di frizione tra l’ordinamento interno e il diritto internazionale dei diritti umani. Il paragrafo conclusivo riassumerà i risultati dell’analisi (§ 5)

 

II.2) La prescrizione e il “Tempori cedere: il fondamento di un istituto tormentato

 

Nel tentativo di spiegare l’essenza della prescrizione penale, la criminalistica del XIX secolo invocava spesso “la forza corruttiva del tempo, il quale, se può intaccare ogni cosa, non può certo ritenersi impotente di fronte al reato”. Il tempo “non è creatore di diritti, non è distruggitore di diritti; ma vi è una forza in esso per modificare i fatti a cui si concatenano i rapporti del diritto”. La prescrizione rappresenta una delle espressioni più intense dell’incedere del tempo sul diritto: nel diritto penale, in particolare, la prescrizione integra una causa di estinzione del reato fondata esclusivamente sul trascorrere del tempo, senza che si richiedano fattori ulteriori come la resipiscenza dell’agente o il perdono della vittima

Se il reato è un fatto sociale e consiste nel “contrasto tra l’agire dell’uomo e la norma”, la ragione che, sin dai tempi antichi, ha suggerito di limitare con la prescrizione i fatti da assoggettare a pena va ricercata nelle caratteristiche proprie delle norme penali, vale a dire nel loro status temporale. La norma penale, e del resto tutte le norme giuridiche, si trova sospesa in una duplice tensione temporale: essa rileva, nei confronti del passato, come criterio di giudizio delle azioni già commesse e rispetto al futuro, con riferimento cioè alle azioni non ancora intraprese, come criterio di comportamento. Una così ampia estensione temporale delle norme spiega la funzione di garanzia del meccanismo prescrittivo.

La prescrizione circoscrive un intervallo massimo consentito tra il tempus commissi delicti e l’irrogazione della pena, oltre il quale la pena cessa di corrispondere allo scopo per cui era stata pensata. È per questo motivo che la prescrizione è uno degli istituti che meglio riflette “la lettura secolarizzata” del diritto penale e funge, da sempre, da “cartina di tornasole” per tutte le teorie della pena: dal confronto tra pena e tempo, infatti, dipendono le funzioni stesse della sanzione penale. Abbandonata una visione della pena quale mezzo di giustizia immanente, oggi essa funge da strumento ordinamentale di controllo sociale e, conseguentemente, assolve ad una duplice funzione: una funzione general preventiva positiva, di orientamento generale dei consociati, e una funzione special preventiva, di rieducazione del reo. 

Proprio al cospetto della funzione rieducativa della pena, scolpita nell’articolo 27, comma 3, della Costituzione, si coglie un primo tradizionale fondamento della prescrizione. Tale funzione sarebbe “fortemente pregiudicata, se non addirittura compromessa, laddove la risposta sanzionatoria non venisse irrogata con prontezza”: ciò in quanto il tempo progressivamente logora il legame tra autore e fatto fino a spezzarlo. Con la conseguenza che il destinatario della sanzione “non ne avvertirebbe la causale, e quindi il suo significato positivo, percependo piuttosto l’intempestiva, e per questo sconnessa, sofferenza come una fatalità, una sventura della sorte”. E, invece, la funzione rieducativa è irrinunciabile nell’ottica del “fondamentale orientamento di essa all'obiettivo ultimo del re­inserimento del condannato nella società”: è per questo che la finalità rieducativa “non può essere sacrificata sull’altare di ogni altra, pur legittima, funzione” (afflittiva, preventiva, retributiva). 

La pena irragionevolmente tardiva, inoltre, finirebbe per colpire un soggetto che potrebbe essere una persona completamente diversa dall’autore, finanche un individuo che, nel “divenire altro da sé”, può essersi nel frattempo integrato e appropriato di quel valore precedentemente offeso: il che - oltre a produrre un effetto de-socializzante, in contrasto con l’imperativo costituzionale- determinerebbe una irrimediabile violazione del principio di personalità della responsabilità penale (art. 27, comma 1, Cost.), oltre che l’impossibilità di valutare la personalità attuale del soggetto ai fini della quantificazione della pena.

Proseguendo l’indagine sulle rationes dell’istituto, vengono in rilievo le coordinate ermeneutiche offerte dalla Corte costituzionale: nel ribadire la natura sostanziale della prescrizione, la Consulta ne ha individuato il fondamento, da un lato, nell’«interesse generale di non più perseguire i reati rispetto ai quali il lungo tempo decorso dopo la loro commissione abbia fatto venir meno, o notevolmente attenuato […] l’allarme della coscienza comune»; dall’altro, «nel diritto all’oblio dei cittadini, quando il reato non è così grave da escluderne la tutela».

Strettamente connesso al diritto all’oblio è, infatti, l’interesse del potenziale sospettato, colpevole o innocente che sia, a non vedersi sottoposto indefinitamente alla spada di Damocle delle indagini, del processo e della sanzione penale. Tanto in omaggio ai principi di libertà e di autodeterminazione declinati secondo il paradigma del pieno sviluppo della personalità umana (art. 2 Cost.): la Costituzione riconosce, infatti, il diritto di ogni cittadino di assumere liberamente le proprie scelte esistenziali (il lavoro, la famiglia) e di programmare il futuro, al riparo dall’incubo di una persecuzione penale tardiva

Del resto, se raffrontata ad uno scenario in cui il trascorrere del tempo è irrilevante per l’ordinamento, l’idea del tempo dell’oblio si rivela più compatibile con una concezione non autoritaria del diritto penale. A ciò si aggiunga la considerazione che il ritardo nella celebrazione del processo può recare pregiudizio al diritto di difesa dell’imputato, più esposto del pubblico ministero al rischio di non disporre più, al momento del giudizio, di fonti di prova a discarico

Si può concludere che la prescrizione, secondo il consolidato insegnamento della dottrina e della giurisprudenza italiane, assolve a un’indefettibile funzione di garanzia. L’istituto realizza “una soluzione normativa” idonea a soddisfare l’esigenza di “proporzione degli interventi penali non semplicemente rispetto al commesso reato, ma rispetto a bisogni di risposta che il corso del tempo può ragionevolmente concorrere a modellare e ridurre, fino ad azzerare. Anche in un’ottica di giustizia, la pena che sarebbe stata giusta se tempestiva, se tardiva acquisterebbe il sapore di un’indebita sovraccentuazione”. La prescrizione trova dunque fondamento negli articoli 2, 27 commi 1 e 3, e 111 della Costituzione, che fanno rispettivamente riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo, alla umanizzazione ed alla funzione rieducativa della pena e al principio in base al quale “la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge”

 

II.3) La prescrizione del delitto di tortura: il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado

 

Tanto premesso in ordine al fondamento e alla ratio dell’istituto, si passa ora ad esaminare la disciplina della prescrizione. La regola generale prevista dall’articolo 157, comma 1, c.p. attua il principio per cui l’entità della pena, quale misuratore del disvalore delle fattispecie penali, orienta la fissazione delle soglie temporali utili a prescrivere: ogni fattispecie avrà un proprio termine di prescrizione, tanto più lungo quanto più grave è il reato. La regola generale è derogata dal comma 6 dell’articolo 157 c.p., il quale prevede un raddoppio degli ordinari tempi di prescrizione per alcune tipologie di illeciti penali espressamente indicati. Sono imprescrittibili, ai sensi del comma 8, i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche quando essa deriva dall’applicazione di circostanze aggravanti.

Il legislatore non ha annoverato il delitto di tortura tra i reati non soggetti a prescrizione: non ha, dunque, accolto l’invito espresso dal Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite a garantire che il reato di tortura sia sottratto a qualsivoglia termine di prescrizione al fine di escludere ogni rischio di non indagare su fatti di tortura o di non individuarne o non punirne i responsabili. Fa eccezione l’ipotesi descritta dall’ultima parte dell’ultimo comma dell’articolo 613 bis c.p., ossia il caso in cui “il colpevole cagiona volontariamente la morte”: siffatta condotta è punita con la pena dell’ergastolo (pena che, comunque, si sarebbe dovuta applicare in ragione della configurazione di tale condotta come omicidio volontario, eventualmente aggravato dall'articolo 61 n. 4 c.p.). Sicché il reato è, secondo la regola generale, imprescrittibile

Inoltre, a differenza di quanto era stato stabilito nel disegno di legge approvato dalla Camera il 9 aprile 2015, la legge 110 del 2017 non ha previsto l’inserimento del reato di tortura tra quelli elencati dall’articolo 157, comma 6, c.p. Questa soluzione normativa ha destato perplessità in dottrina: il delitto di tortura certamente appartiene al novero dei reati a tal punto allarmanti da meritare il raddoppio dei termini prescrizionali. Tanto più in ragione del fatto che l’articolo 157, comma 6, c.p. menziona il delitto di maltrattamenti: quest’ultimo, da un lato, condivide con il delitto di tortura un nucleo comune per tipologia di condotte incriminate e, dall’altro, non raggiunge - e neanche approssima -, come testimoniato dalla stessa cornice edittale, il disvalore della fattispecie di cui all’articolo 613 bis c.p. Il citato comma 6, inoltre, comprende alcune fattispecie colpose come l’omicidio stradale o l’omicidio colposo commesso con violazione delle norme contro gli infortuni sul lavoro.

Il delitto di tortura non risulta neppure compreso nell’elenco dei reati per i quali il verificarsi di un atto interruttivo, ai sensi dell’articolo 161, comma 2, c.p., può comportare l’aumento del tempo necessario a prescrivere fino alla metà. Siffatto elenco, peraltro, è stato sensibilmente ampliato, con l’inserimento di alcune fattispecie corruttive e paracorruttive, dalla legge 23 giugno 2017, n. 103 (cd. riforma Orlando). 

Ne deriva che al reato di tortura si applicano i termini ordinari di prescrizione. Conseguentemente, il delitto si prescrive nel termine di dieci anni aumentato fino a un quarto in presenza di un atto interruttivo. Il medesimo termine opera anche per la fattispecie di cui al secondo comma, la cd. tortura di Stato, laddove si condivida la tesi che ne afferma la natura di circostanza aggravante: si tratterebbe di una “cd. circostanza indipendente” che comporta un aumento di pena non superiore ad un terzo e che, pertanto, non impatta sul tempo necessario a prescrivere.

In dottrina, tuttavia, è prevalente la tesi che qualifica la fattispecie di cui al comma 2 come fattispecie autonoma. In tal senso milita la considerazione che il comma 4 dell’articolo 613 bis c.p. contempla delle “autentiche” circostanze aggravanti e che il comma 3 prevede una causa di esclusione della tipicità del solo reato proprio, con ciò evidentemente escludendone la natura circostanziale. L’adesione a tale impostazione comporta che il tempo necessario a prescrivere, in presenza di un atto interruttivo, è pari a quindici anni. Tale termine risulta ulteriormente aumentato nel caso in cui dal fatto derivi una lesione personale gravissima (art. 613 bis, comma 5, c.p.), essendo quest’ultima una circostanza ad effetto speciale che impatta sul termine di prescrizione, e nel caso in cui dal fatto derivi la morte quale conseguenza non voluta (art. 613 bis, comma 6, c.p.), essendo quest’ultima una circostanza indipendente che determina un aumento di pena superiore ad un terzo

Ebbene, le incongruenze della disciplina interna testé delineata, sebbene meritevoli di essere criticamente valorizzate, non assumono - a parere di chi scrive - una tale pregnanza da rendere la disciplina interna della prescrizione del delitto di tortura incompatibile con gli obblighi internazionali di tutela. Come autorevolmente rilevato, l'imprescrittibilità della tortura, pur essendo oggetto di raccomandazioni da parte di diversi organi di controllo, non è espressamente imposta dal diritto internazionale. Da un lato, la Convenzione contro la tortura non prevede una norma specifica che escluda la prescrizione per il reato di tortura; dall’altro, la Corte di Strasburgo, pur precisando che in materia di tortura « l’azione penale non dovrebbe estinguersi per effetto della prescrizione », non ha mai sancito nei suoi arresti che un obbligo di prevedere l’imprescrittibilità del reato di tortura discenda direttamente ed espressamente dall'articolo 3 della CEDU, né ha suggerito criteri per quantificare la durata minima della prescrizione.

Naturalmente, laddove la disciplina interna in materia di prescrizione dovesse determinare in concreto l’impunità dei responsabili di fatti di tortura, si radicherebbe una (nuova) violazione degli obblighi internazionali di tutela. È in tale prospettiva che una certa dottrina ravvisa l’opportunità de iure condendo di rimeditare la mancata inclusione del delitto di tortura nel catalogo dei reati per i quali i termini di prescrizione sono raddoppiati. Ma il rischio di impunità in concreto dei fatti di tortura per prescrizione risulta notevolmente ridimensionato per effetto delle recenti novelle che hanno inciso sulla disciplina della prescrizione. Il riferimento è al blocco del corso della prescrizione del reato dopo il primo grado di giudizio, disposto dalla legge 9 gennaio 2019, n. 3, che interviene nel solco tracciato dalla riforma attuata qualche anno prima dalla legge n. 103 del 2017 (cd. riforma Orlando)

La legge n. 3 del 2019, modificando l’articolo 159 c.p., infatti, determina - al di là del riferimento improprio alla sospensione della prescrizione - il venir meno di ogni possibilità di estinzione del reato per prescrizione”. Ne deriva che, dopo la sentenza di primo grado - qualunque essa sia, dunque anche di assoluzione -, i fatti di tortura commessi a partire dal 1° gennaio 2020 diventano imprescrittibili anche nel nostro ordinamento. Sulla base della normativa vigente, dunque, il rischio di non punibilità per prescrizione dei fatti di tortura commessi dal pubblico ufficiale riguarda le sole ipotesi in cui dal momento della condotta siano trascorsi, qualificando il comma 2 come fattispecie autonoma, quindici anni prima che intervenga una sentenza di primo grado. La oggettiva lunghezza del termine consente di ritenere la normativa interna del tutto in linea con gli obblighi internazionali di tutela. 

In tale direzione, del resto, militano le coordinate ermeneutiche innanzi esposte in ordine al fondamento e alla ratio dell’istituto della prescrizione: un termine di quindici anni dalla commissione del fatto, senza che si addivenga ad una sentenza di primo grado, giustifica senz’altro la scure della prescrizione alla luce delle funzioni della pena, del diritto all’oblio e del diritto di difesa dell’imputato. Tanto anche in omaggio al principio di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost. e art. 6 CEDU)

Invero, in un ordinamento democratico dove il diritto penale assurge a Magna Charta Libertatum del reo